Corona virus: opportunità per cambiare rotta?

Ho pubblicato sul Pannunzio Magazine l'articolo che segue per offrire una "vista" sul corona virus, la vista delle opportunità per gli umani. Eccolo. 

Vorrei riassumere ciò che vedo e sento intorno a me, in questi primi mesi del 2020, con un motto: “il corona virus è la più grande opportunità, mai ricevuta dagli umani, per cambiare rotta”. Cercherò di raccontare questo fenomeno e di farmi capire! Incomincio dai “numeri” dell’epidemia.

I numeri dichiarati ufficialmente

Parto dai media, includendo Internet, che ci mandono, a tutte le ore del giorno, messaggi ricchi di numeri e di racconti, tratti dalla cronaca o da interviste a virologi, scienziati e politici.

Possiamo credere ai numeri che seguono, datati 6 maggio 2020, ora 22:00?         

  • totale contagiati[1] mondo: 3.798.341,
  • totale contagiati Italia: 214.457 (siamo al posto numero 3 per contagiati),
  • totale morti mondo: 262.991,
  • totale morti Italia: 29.684 (siamo al posto numero 4 per morti).

Questi dati aggregati sono raccolti e diffusi da organizzazioni pubbliche e private, che li ottengono, di solito, da istituzioni pubbliche; in Italia è la “protezione civile” che fornisce i dati giornalmente alle ore 18.

Questi dati hanno una credibilità alta perchè provengono da rilevazioni sistematiche e proceduralizzate da parte, soprattutto degli ospedali, che sono regolati dai singoli Stati, siano essi pubblici o privati.

Dobbiamo porci questa domanda: i dati di cui sopra rappresentano e sono la realtà oggettiva dei fatti? La risposta è un chiaro NO, ma questo non deve portarci a pensare che siano una vista distorta o errata: questi dati sono “il meglio” che la società, nel suo complesso, genera e diffonde oggi attraverso i media. E poi c’è ancora un punto molto importante: i numeri ci “parlano” e ci dicono molto solo se li lasciamo parlare! Cioè se li mettiamo in un contesto che dia significato. Analizzerò questo aspetto a breve con una tabella.

Per ora la mia prima riflessione, già solo da questi primi dati, è che:

– ci sono fonti private ed istituzionali che offrono dati; la fonte più seguita è privata;

i dati diffusi NON sono la rappresentazione completa di ciò che è successo e che sta succedendo.

Se andate sul sito della OMS[2] (organizzazione mondiale della sanità, ente dell’ONU) troverete dati molto vicini a quelli che ho segnalato sopra, insieme a valutazioni sui rischi: scoprirete anche che il “mondo” è sotto attacco da parte di agenti patogeni più aggressivi e dannosi del corona virus, anche se i numeri per singola patologia sono minori e la diffusione è contenuta ad aree specifiche.

Che fare allora? Per cercare di capire che cosa stia succedendo ho selezionato alcuni dati e costruito una tabella, essenziale e sintetica, che espongo qui di seguito:

Area

Contagiati

Morti

Popolazione

Contagiati per 100.000 abitanti

Morti per 100.000 abitanti

Mondo

3.798.341

262.991

7.800 mio

50

33

USA

1.252.430

73.711

329 milioni

300

22

UK

201.101

30.076

68 milioni

296

44

Spagna

253.682

25.851

47 milioni

540

55

Italia

214.457

29.684

60 milioni

357

50

Germania

167.575

7.190

84 milioni

200

9

Olanda

41.319

5.204

17 milioni

243

31

Corea del Sud

10.806

255

51 milioni

21

0,5

Tabella 1- stralcio dai dati[3] ufficiali

La situazione attuale nel mondo (vedasi tabella 1), misurata negli ospedali, si può sintetizzare con due numeri: 3,8 milioni di contagiati e 262.000 morti. Tutti i Paesi ne sono colpiti tanto che la OMS ha sancito ufficialmente che si tratta di “pandemia”.   Ci sono luci e ombre sul fronte del trattamento sanitario in concreto; c’è un grande “affanno” sul fronte della sanità pubblica, perchè quasi tutti i Paesi erano impreparati ad affrontare une epidemia così veloce. Il primo sistema ad essere messo in crisi è stato quello della Salute. Gli ospedali, con la sola eccezione della Germania, non erano dotati di sufficienti posti letto di terapia intensiva, cioè quelli con i sistemi meccanici per la respirazione assistita (dal “casco” con ossigenazione forzata, alla “intubazione” del paziente).

Per capire i numeri della tabella 1 è necessario conoscere le strategie dei Paesi, in particolare il “lockdown” (chiusura delle attività produttive e commerciali) e la capacità di operare efficacemente e rapidamente sui focolai d’infezione.

Le informazioni che seguono completano il quadro della tabella 1:

  • Corea del SUD: eccellente la strategia d’individuazione e azione sui focolai d’infezione; i numeri dicono che l’infezione è stata contenuta perchè il tasso di contagio e di morti per 100.000 abitanti è il più basso al mondo (ho escluso la Cina dall’analisi);
  • Germania: eccellente nell’efficienza verso una popolazione di ben 84 milioni di persone; il tasso di mortalità è tra i più bassi al mondo;
  • Spagna: tra i peggiori Paesi al mondo in quanto a controllo del contagio e mortalità;
  • Italia: è stata, dopo la Cina, la prima nazione occidentale ad affrontare, direi in “solitaria”, la sfida del corona virus; ha lanciato un lockdown lungo e “duro” ed è stata in cima alla classifica dei contagi e della mortalità sino a quando è stata superata da USA e Spagna; ha indicato una possibile “strada” a tutti gli altri Paesi del mondo ed è stata elogiata e criticata, al tempo stesso;
  • Olanda: il Governo ha scelto una politica di contrasto basata sul senso di responsabilità della popolazione, procedendo ad un “lockdown”[4] leggero; ha mostrato fiducia, inizialmente,  alla “immunità di gregge”;
  • UK: l’epidemia è ancora in sviluppo per la concomitanza di diversi fattori: decisioni del Governo in ritardo rispetto allo sviluppo dell’epidemia, lockdown morbido (almeno inizialmente), sistema ospedaliero in crisi per carenza di terapie intensive.

Quando sostengo che i dati diffusi ufficialmente non rappresentano la realtà significo che:

  • le metriche usate dai singoli Stati sono disomogenee; le ragioni concrete  sono molte, ma quella che incide di più sul numero dei “contagiati” è la diversa disponibilità di strumenti diagnostici: sono spesso mancati i reagenti per fare i “tamponi”, prima diagnosi dell’attacco del corona virus;
  • mancano all’appello i contagiati e i morti “in casa” e nelle RSA (enti e luoghi per le case dedicate agli anziani),
  • non si conosce, a livello statistico, la stratificazione dell’epidemia, poiché non è stato condotta una rilevazione sistematica dell’epidemia; detto in altre parole non sappiamo quanti siano:
    • i portatori asintomatici: possono essere contagiosi, a seconda dello stadio di avanzamento dell’infezione,  ma non dimostrano i tipici sintomi (rialzo della temperatura, tosse, difficoltà di respirazione) della patologia;
    • i contagiati: conosciamo solo quelli che vengono ricoverati in ospedale;
    • i guariti (sia asintomatici, sia usciti dagli ospedali): non c’è alcuna diagnostica sull’intera popolazione (fattibile con i test sugli anticorpi); conosciamo solo i “guariti” dimessi dagli ospedali.

Molti specialisti e istituti di ricerca chiedono che questa analisi epidemiologica (che sarebbe statistica, cioè condotta su di un campione rappresentativo della popolazione e per “area” geografica) venga fatta con una principale finalità: conoscere, a livello geografico, il rischio di contagio e la situazione “statistica” della epidemiologia

I numeri stimati

Se non possiamo credere al 100% ai numeri consegnatici dalle istituzioni e da enti privati, allora quali sono i numeri a cui riferirci?

La domanda è legittima. Le risposte sono diverse: si tratta di risposte “stimate” perchè si adottano dati e criteri di calcolo soggettivi.

Le mie scelte sono le seguenti e riguardano:

  • il numero di contagiati;
  • il numero dei morti.

Per quanto riguarda il numero di contagiati utilizzo le stime di specialisti del settore Salute, come virologi, direttori di istituti di ricerca, scienziati, ricercatori: il fattore moltiplicativo, da applicarsi al numero di contagiati contati dagli Ospedali, varia tra 10 e 30.

Scelgo il valore intermedio, cioè 20, per cui la stima che faccio è di circa 76 milioni di contagiati nel mondo.

Per quanto riguarda i morti posso usare la ricerca[5] fatta da Milena Gabanelli, apprezzata giornalista, che ha messo a confronto i numeri dei morti nei mesi di marzo e aprile 2019 con quelli del 2020; la differenza è stata attribuita al corona virus e può variare dal 30 al 100% rispetto ai numeri segnalati ufficialmente dagli Ospedali.

Ho scelto il parametro 49% (vedasi anche la tabella 2) per cui il numero di morti che stimo, a livello mondiale, è 392.000.

Tabella 2 – Fonte Corriere della sera, Milena Gabanelli

Questi dati “stimati” si riferiscono al 6 maggio 2020.

Si tratta di piccole o grandi differenze? A voi lettori la valutazione: ciò che volevo evidenziare è che non abbiamo oggi una “metrica” ufficiale che includa e rappresenti tutto il fenomeno. Ci sono spazi di miglioramento in un contesto che NON ci offre una lettura completa dei fenomeni. Ne possiamo tenere conto e chiedere alle attuali “governance” sistemi di misura omogenei, trasparenti e completi.

Nel futuro vedremo numeri più alti, in funzione dello sviluppo della pandemia.

La strategia di contrasto al corona virus

Come si sono comportati i diversi Paesi a fronte della sfida corona virus? Questa è la domanda.

Nonostante le grandi “unioni” di Paesi (es. Unione Europea e USA), i comportamenti sono stati i più diversi. C’è tanto da fare per far crescere la collaborazione e lo scambio d’informazioni, anche se dobbiamo considerare la complessità di sistema, a cui quasi nessun governo era preparato con l’idonea strumentazione, di pensiero e d’azione collaborativa.

Qui di seguito un “assaggio” di confronto tra Paesi.

La mia seconda riflessione riguarda la strategia di contrasto al virus:

– solo la Corea del Sud ha attuato la strategia vincente, quella della rapidissima ed efficace azione selettiva sui focolai d’infezione, mentre tutti i Paesi hanno adottato una strategia NON selettiva, ma estesa a tutto il territorio, con piccole differenze attuative a livello locale;

– la Germania è stato il Paese più rapido ed efficiente nel contrastare il contagio e nella cura delle persone contagiate.

Gli Stati hanno mostrato, in generale, due problemi:

– bassa velocità di risposta, come se il contagio non fosse stato intercettato in tempo (effetto “sorpresa” o incompetenza?),

– resilienza ridotta o impedita da politiche sanitarie di prevenzione fondate sui tagli di spesa e NON sui rischi, peraltro segnalati dalla comunità di ricercatori e medici (effetto “arriva il lupo” o incapacità della politica ?)

Il quadro non è però completo se non portiamo dentro alla lettura di sistema alcuni fattori che riguardano i “decisori”, quelli cioè a cui la popolazione ha delegato, attraverso le elezioni, la “governance”. Provo ad elencarli:

  • i comportamenti di governance della salute sono di breve termine, di solito un anno; il lungo termine, come 5-20 anni, non è stato mai pianificato, forse mai pensato, anche se gli stimoli esistono, come l’agenda ONU 2030 e i programmi della Unione Europea che si spingono al 2050 per alcuni temi (sostenibilità in primis),
  • i problemi tradizionali di deficit di bilancio, le regole della comunità di appartenenza (vedasi Unione Europea); la scarsa esperienza nelle scelte di “precauzione”; la grande incompetenza sui sistemi “biologici”: tutti questi fattori hanno concentrato l’attenzione soprattutto su fatti e problemi che vivono nella “attualità”, come la tassazione, gli incentivi, le politiche per l’occupazione.

Possiamo o dobbiamo “assolvere” la classe politica? Ognuno può pensarla a modo suo, ma abbiamo gli strumenti per valutare; ne ho scelti due:

  • capacità di relazionarsi con la comunità scientifica e di accogliere la loro “lettura” del problema, sia prima, sia durante l’epidemia; il Governo italiano attuale, a mio avviso, ha fatto la scelta giusta, quella di integrare gli scienziati e gli enti più autorevoli nel processo di analisi e di intervento sull’epidemia;
  • capacità di chiedere alla popolazione un impegno di “contrasto al corona virus” attraverso il “lockdown”: alcuni, come il governo italiano, ha adottato una strategia di alta intensità e durata; altri come il governo olandese di aperto contrasto alla scelta mondiale di lockdown, immaginando una impossibile “immunità di gregge”; altri ancora, come il governo USA hanno ignorato l’epidemia per poi ritrovarsi, in casa, un dramma di proporzioni enormi, e decidere di dare priorità all’economia, rispetto alla tutela della vita dei propri cittadini. 

La sfida del cambiamento di contesto

L’attuale “governance” dei Paesi è condizionata soprattutto dall’economia. Cito i fattori economici sui quali c’è più dibattito e più attenzione: l’occupazione (dovrei dire, oggi, la disoccupazione, che cresce nella maggior parte dei Paesi); il fabbisogno finanziario, espresso col parametro “deficit di bilancio”; l’impatto della tecnologia digitale sul lavoro e sul comportamento sociale.

In questo quadro economico ci sono due “sfide” alle quali viene dedicata un’attenzione che potrei definire “marginale”. Il termine marginale NON significa che la società e i Governi non se ne occupano, ma che questi NON ne riconoscono  consapevolmente gli impatti ed i rischi, e soprattutto, non hanno consapevolezza sul lungo termine; sembrano cioè delle sfide fuori controllo perchè vale, secondo me, il principio che “l’energia segue l’attenzione”. Detto in altre parole: se non dò attenzione alla sfida, allora NON agisco e non dò l’energia (competenze, scelte economiche, regole, ecc.) necessaria e congruente col rischio. Quale rischio? la sopravvivenza degli umani.

Le sfide, dicevo, sono due.

La prima è quella “biologica” che nasce dalla struttura organica della Terra. Gli umani, la fauna, la flora, i funghi vivono il processo detto di “evoluzione” da quasi un miliardo di anni e si replicano. L’aria, come la conosciamo oggi, col suo 21% di ossigeno, si è formata circa 2,4 miliardi di anni fa, grazie ai ciano-batteri.  Inoltre questi “replicanti” sono in interazione sempre e ovunque. Costituiscono sistemi complessi e pertanto una gran parte degli effetti delle loro interazioni sono imprevedibili.

Il corona virus è un ottimo esempio. Il corona virus faceva parte del sistema animale ed è passato all’uomo alla fine dell’anno 2019. La lista dei “patogeni” già agenti sul sistema biologico terrestre è piuttosto lunga e l’OMS può elencarli.

La seconda sfida è detta “sostenibilità” ed è oggi rappresentata da una tripletta di sfide: ambientale, sociale ed economica. Quella ambientale è la più nota e si esprime con termini quali: emergenza climatica, emissioni nocive nell’aria e nelle acque, contaminazione delle risorse naturali con elementi dannosi per la salute, raccolta differenziata dei materiali di scarto, efficienza energetica, energie rinnovabili.

Quella sociale si esprime come “la nuova schiavitù” delle persone (es. emigranti che lavorano senza diritti, lavori ad alto rischio senza precauzioni) e il diverso trattamento normativo, sociale ed economico dei generi.

Quello economico riguarda la mancanza di consapevolezza dell’allocazione delle risorse finanziarie sul lungo termine, per cui i Paesi agiscono soprattutto sui valori materiali, il PIL in primis, e NON pianificano su orizzonti temporali lunghi; infatti non esistono piani a 30-50 anni, né ricerche e analisi di lungo termine sui contesti, sulle tecnologie, sui sistemi di governance.

La mia terza riflessione riguarda perciò il cambiamento di contesto. I decisori hanno dato poca attenzione alla sfida “biologica”, come se essa si trovasse fuori dal perimetro di osservazione e d’interesse; come se un rischio, appunto quello “bio”, fosse stato ignorato e trascurato.

E’ urgente, direi vitale, che la biologia venga posta al centro dell’attenzione dei Paesi, della governance, della società umana. Il corona virus ci dovrebbe aver “svegliato”: ecco perchè lo considero “l’opportunità” contemporanea più rilevante.

La sfida dell’Economia

Oltre alle due sfide connesse alla natura della Terra, e cioè biologia e sostenibilità, dobbiamo aggiungere una sfida che nasce dalle convenzioni che gli umani si sono date per lo scambio di beni e di servizi: l’economia.

Ci vogliamo e dobbiamo porre la domanda chiave: cambierà l’economia per effetto del corona virus? E se la risposta è SI’, allora come cambierà? Sarà la resilienza a risolvere o servirà un cambiamento radicale del sistema economico? Come potrà cambiare la vita degli umani?

Qualunque fosse la risposta, dovremmo essere davvero prudenti nell’accoglierla! Il sistema nel quale viviamo è complesso per diversi motivi: non conosciamo la “natura” della Terra a sufficienza; non pensiamo per sistemi ma ancora ragioniamo in modo lineare quando, invece, i sistemi dentro ai quali viviamo sono NON lineari (cioè con effetti imprevedibili).

La scelta che vi propongo è semplicemente quella di “vedere” le possibilità che si rivelano oggi a fronte di una perturbazione che tutti abbiamo sotto gli occhi: il corona virus. Le fonti a cui mi sono rivolto, per capire, dicono che:

  • dovremo convivere col corona virus per un periodo di almeno due anni, sino alla comprensione della sfida che ci ha posto e sino alla creazione dei presidi sanitari per contenerla o eliminarla (farmaci, vaccino, strumenti diagnostici e di monitoraggio);
  • l’impatto sulle economie del mondo sono le peggiori mai viste e sono paragonabili ai grandi eventi negativi del passato, come la grande depressione del 1929 in Usa, come le maggiori pestilenze (la peste, la spagnola, l’asiatica);
  • la dimensione globale della popolazione (circa 7,8 miliardi oggi, e in prospettiva 11 miliardi al 2100) entra nello scenario con una forza diversa rispetto al passato quando essa veniva misurata in milioni.

Vediamo qualche numero che ci dà il quadro della situazione attuale:

  • caduta del PIL annuo europeo intorno al – 7%;
  • caduta del PIL italiano nel 2020 intorno al -10%;
  • incremento della disoccupazione negli USA di circa 30 milioni di persone;
  • interventi economico-finanziari dei grandi Paesi per circa 1000-2000 miliardi di euro ciascuno,
  • scomparsa di molte aziende dallo scenario economico per due fattori, quello finanziario, quello operativo (diseconomie non gestibili per le misure di distanziamento sociale e per le precauzioni da adottare): la stima è di una perdita del 20-30% di soggetti economici attivi sul mercato.

Possiamo e vogliamo anche portare alla luce le risorse a nostra disposizione, oggi, per affrontare la sfida “bio” del e dei virus. Sono tante e potenti.

Ne ho selezionate tre che possono aiutarci:

  • la digitalizzazione: in questa attuale emergenza è utilizzata soprattutto per lavorare da remoto, in modalità che è detta “smart working”; ma essa è presente già in profondità nei sistemi operativi (logistica, produzione distribuzione dell’energia, comunicazione) e decisionali (simulazioni, ricerca, analisi di fenomeni);
  • l’intelligenza artificiale: la digitalizzazione è il fattore abilitante, ma l’intelligenza artificiale (IA) è soprattutto l’uso di algoritmi logici e matematici per definire e risolvere problemi con una prestazione superiore a quella degli umani, anche se per domini verticali ben definiti: ad esempio con l’IA si possono visualizzare gli spazi e riconoscere i soggetti/oggetti ivi presenti, e possiamo far muovere sistemi robotici in zone pericolose, non per umani;
  • la tecnologia per la trasformazione del DNA, possibile con la tecnologia CRISPR/cas9[6] che ci permette di inserire e sostituire segmenti di DNA con catene sintetiche sino a produrre “ibridi” (caso dell’escherichia coli, Cambridge, 2018)[7]

 Che cosa potremmo dunque “vedere”, osservando l’economia, nei prossimi anni? Possiamo pensare a tre scenari, piuttosto distanti tra di loro:

  • un “ritorno” al passato. Si sono trovate le soluzioni “medicali” per far scomparire il corona virus, le misure di ”distanza sociale” sono state tolte, le aziende produttive e di servizio si sono adattate durante i due anni di crisi, e continuano a immettere sul mercato i prodotti/servizi usuali; è stato un brutto periodo ma la “società” vuole tornare allo schema di consumo precedente il corona virus;
  • un “next to normal”. Si torna ad una “normalità” vicina a quella precedente, ma l’esperienza, durante i due anni di crisi, ha portato delle novità e sono emerse nuove aziende di innovatori; il lavoro da remoto è aumentato tantissimo, la ristorazione ha aperto nuovi servizi di asporto e di consegna “porta a porta”, i consumatori e gli utenti dei servizi hanno cambiato alcune loro abitudini per cui ora vanno in vacanza nei borghi storici italiani (non solo estero) e molti si sono trasferiti dalle città verso piccoli comuni, anche in zone marginali del Paese; la globalizzazione sta rallentando e alcune lavorazioni industriali sono tornate nei Paesi d’origine; l’economia sta cambiando, lentamente;
  • un cambiamento radicale. L’economia non è più la stessa: molti Governi hanno concordato di cambiare la metrica del prodotto nazionale da PIL a BES[8] (benessere equo sostenibile), la mobilità elettrica e a idrogeno stanno soppiantando la trazione termica, i consumi di servizi culturali stanno crescendo a due cifre e l’impegno per migliorare il clima ha sostenuto grandi investimenti sull’ambiente e sulla socialità.

Potete scegliere uno scenario, tra quelli proposti, o costruire una soluzione ad hoc che prenda ispirazione dai tre scenari.

Il futuro sembra imprevedibile. Ma è davvero imprevedibile? Possiamo costruirlo? SI’, questa è l’ispirazione che vorrei dare.

Conclusioni e ispirazioni

Ad oggi la costruzione del futuro sembra un esercizio, un gioco forse divertente.

C’è sullo sfondo una riflessione che vorrei esprimere qui ed ora: le sfide nei prossimi anni, e penso al 2021-2100, sono “toste” perchè le nuove abilità umane, come la trasformazione del DNA e l’intelligenza artificiale, si sviluppano in uno spazio di evoluzione mentale che non viaggia alla stessa velocità.

Gli umani dovrebbero migliorare la loro consapevolezza su almeno tre dimensioni: quella individuale, ossia quella delle loro intenzioni; quella sociale, ossia come ridurre le diseguaglianze sociali tra Paesi e tra persone; quella ambientale, perchè la Terra è uno spazio limitato e complesso, abitato da tante specie “vive e replicanti”, che è già oggi incapace di metabolizzare le emissioni nocive degli esseri viventi. E, se non bastasse, c’è anche una distanza interna agli umani, tra il loro passato e il loro futuro.

Il corona virus sta generando una riflessione in tutto il mondo.

Chi dovrebbe raccoglierla ed agire ? NOI. Gli strumenti per evolvere, cioè per cambiare il “sistema” e per capirlo ci sono.


[1] Fonte dei dati su contagi e morti: worldometers.info/coronavirus

[2] OMS: https://www.who.int/

 

 

[3] Fonte: worldometers.info/coronavirus

 

 

 

Che cosa faremo nel “dopo” virus?

Oggi è il 24 marzo, sono passati dieci giorni dal mio ultimo post e il mondo è cambiato ancora una volta, profondamente.

La situazione attuale è caratterizzata da questi elementi:

– siamo in piena pandemia, oramai tutto il mondo è infettato;

– i Paesi più sofferenti per quantità di casi di contagio e morti sono la Cina, l'Italia, gli Stati Uniti; il luogo più infetto del mondo è l'Europa;

-gli infettati superano i 360.000, ma sono solo quelli sottoposti a tampone e trattati medicalmente; si stima che gli ulteriori infettati siano 10 volte quelli riconosciuti, ossia 3,6 milioni; 

– le persone bloccate in casa per tentare di "spalmare" gli effetti del virus su di un orizzonte temporale più ampio sono oltre 1 miliardo; 

– tutti i Paesi, con l'eccezione dell'Olanda, ha preso misure drastiche di "separazione sociale" ossia "io resto a casa", detto anche "lockdown".

Il mondo sta reagendo con disposizoni restrittive delle libertà personali; ma sta anche mantenendo e difendendo la capacità di due filiere chiave: quella medica, quella logistica del cibo. Per farlo davvero deve mantenere una struttura produttiva e distributiva complessa che va oltre il medicale e la logistica del cibo; ad esempio è necessario tenere aperte e funzionanti alcune funzioni pubbliche e private, come le istituzioni di governo (il Governo, il parlamento, gli uffici regionali e comunali), le attività di supporto tecnico come le aziende che riparano e manutengono gli impianti, le aziende che producono e assistono i prodotti digitali, che sono diventati indispensabili per tenere viva la struttura economica. Si stima che il 30% delle attività produttive siano attive. Insomma una "riduzione" enorme delle attività umane, la maggior parte delle quali ora si svolge nelle abitazioni, spesso in isolamento individuale o familiare.

Lo scenario è apocalittico, ma la società è ancora attiva e produttiva, ora con due scopi chiari: sostenere la sopravvivenza e lottare per vincere il virus, perlomeno nei suoi effetti di breve termine (i prossimi 6 mesi). 

Che cosa sta succedendo alle persone? La consapevolezza del nuovo "status" umano sta crescendo, anche se una larga fetta della popolazione, dominata da paura e angoscia, sembra rifiutare la situazione attuale: così abbiamo visto 100.000 milanesi scappare verso il Sud Italia per tornare alle famiglie di origine o per isolarsi in un territorio a più basso tasso di contagio e vediamo ancora migliaia di persone che sembrano non accorgersi delle disposizioni del Governo e si muovono a lunga distanza dal proprio domicilio o si assembrano in riunione e feste. Le sanzioni sinora cumuilate per comportamenti scorretti sta raggiungendo la quantità 100.000, dimostrando che il fenomeno è significativo.

Ci dobbiamo chiedere se qualcosa stia cambiando nel "sistema comportamentale" delle persone che rispettano le nuove regole di distanza sociale. I cambiamenti che queste vivono oramai da due-quattro settimane sono tanti ma possiamo ricondurli a  questi tre:

– riduzione dello spazio entro cui muoversi, ossia la propria casa e lo spazio esterno per una passeggiata o per attività pseudo sportiva; 

– misure di sicurezza diffuse: dall'uso della mascherina protettiva alle code per l'acquisto di beni di prima necessità; 

– un bombardamento continuo 24/24 ore da parte dei media televisivi e "social" con dati, bollettini, istruzioni.

Il cervello di queste persone (il 70% della popolazione; ipotizzo un 30% insensibile o auto diretto su altri temi e stili di vita) è in corso di trasformazione; con "cervello" intendo l'hardware, la fisicità.

La mente (il processo del pensare) è anche in trasformazione, nel senso che le condizioni esterne e le riflessioni interne producono pensieri diversi, emozioni diverse, percorsi mentali diversi. 

Le relazioni con gli altri sono cambiate e cambiano: ora sono molto più focalizzate sul sè e sulle persone con cui conviviamo, ossia la famiglia; e poi si stanno aprendo nuove esigenze, come quella di connettersi con "gli altri", come gli amici e le persone con cui scambiare qualcosa, dalla sicurezza al come impiegare il tempo, al "dopo" pandemia.

Possiamo ora porci questa domanda: come sarà la nuova normalità nel "dopo" virus? Gli umani hanno una grande energia di resilienza e vivono anche per il proprio futuro. 

Mi faccio aiutare da Mc Kinsey, accedendo ad un metodo che viene esposto in questo articolo intitolato " Beyond corona virus: the path to the next normal": https://www.mckinsey.com/industries/healthcare-systems-and-services/our-insights/beyond-coronavirus-the-path-to-the-next-normal?cid=other-eml-alt-mip-mck&hlkid=57493764e69749faa0353eee4776292f&hctky=2324759&hdpid=b431aa82-3d5c-40f5-b141-ffe9ad89e4d7 

Ci sono questi cinque passi, che ora elenco e che poi sviluppo:

  1. risolvere,
  2. "resilienziare" (usare la resilienza)
  3. ritornare,
  4. re-immaginare,
  5. riformare.

RISOLVERE: che cosa abbiamo fatto o stiamo facendo per far fronte al cambiamento in atto?

Le azioni immediate sono avvenute in tre settori dell'economia e delle relazioni sociali:

– la SANITA': aumento delle infrastrutture (terapia intensiva in primis), aumento della capacità di assistenza ai malati (più medici, più ore di lavoro, più infermier*), aumento della sicurezza per gli operatori sanitari;

– la SCUOLA: insegnamento ed apprendimento da remoto; sospensione delle "classi", tutti a casa, studenti e maestr*/professor*; 

– il BUSINESS: lavoro da remoto, diradamento e poi annullamento di incontri in presenza; selezione della attività per la sopravvivenza e la cura.

Che cosa ci porteremo nel "dopo"? sicuramente la remotizzazione di studio e lavoro, grazie alla digitalizzazione della video-conferenza. E poi una ristrutturazione di capacità produttiva nel settore della Sanità…avremo altre sfide biologiche; maggiori investimenti nella prevenzione e cura delle sindromi conosciute e sconosciute?

 

"RESILIENZIARE": come ci adattiamo e come affrontiamo la crisi finanziaria per vivere l'emergenza di oggi e prepararci al "dopo"?

La crisi finanziaria, dietro l'angolo, è la maggiore minaccia. Il PIL e la occupazione sono sotto attacco, già oggi. Anche se le istituzioni finanziarie mondiali si sono già mosse (BCE europea, FED americana, Banca Mondiale) non è ancora chiara la strategia di intervento sui mercati. La resilienza, cioè la capacità di adattamento al contesto, è la risorsa che ci permetterà di agire nella direzione giusta, sul breve termine: sopravvivenza, relazioni sociali, gestione dell'economia dipendono dalla resilienza.

E' il "ponte" verso il "dopo": disponiamo di una grande resilienza che ci traghetterà quindi nel "dopo".

 

RITORNARE: quale percorso faremo per "ritornare" ad una situazione normale, ad una operatività che permetta un equilibrio tra costi e ricavi? e questo vale per gli individui e per le organizzazioni.

E' la sfida che viene facilitata da un'alta resilienza, oggi disponibile; è la riprogettazione dell'economia del "dopo". E' il viaggio che dobbiamo fare per raggiungere un nuovo equilibrio economico globale e locale. Essendo un viaggio è un "processo", non ancora un risultato. Come sarà questo viaggio? Sraà un viaggio che NON potrà contare su esperienze simili e vicine al nostro tempo, quindi sarà segnato da un'alta incertezza, da prove-prototipi, alcune false ripartenze, e un lento consolidamento di nuove pratiche, sia di comportamenti individuali, sia di comportamenti e strategie delle organizzazioni.

Non sarà certo una "replica", ossia NON sarà un ritorno al passato, come se nulla fosse successo. Un esempio per farmi capire: il lavoro e lo studio da remoto rimarranno e si consolideranno, come base per cambiare i sistemi produttivi e quelli scolastici.

RE-IMMAGINARE: quale situazione vorremo ricreare nel "dopo" virus? immaginiamoci come la vorremmo e come la perseguiremmo.

Vedremo una nuova domanda del mercato, perchè ci sarà stata una modifica dello stesso "cervello" degli umani, visto che il confinamento in casa per settimane, la paura del contagio, la modifica dei ricavi individuali e aziendali, avranno creato nuove connessioni, accelerato e rallentato i pensieri, modificato i processi mentali di moltissime persone. Che cosa ci serve per descrivere ciò che vogliamo sia la "situzione futura"? Desideri o esigenze concrete di breve termine ? Sarò soprattutto, amio avviso, la capcità di immaginarci questo prossimo futuro, questo futuro possibile e fattibile. Qualche esempio di futuro possibile? Maggiore e migliore uso della comunicazione da remoto e migliori servizi web e comunità social; minore globalizzazione e maggiore localizzazione o, come s'usa dire, sviluppo di soluzioni "glocal", bilanciate per ridurre i rischi e gli effetti di un collasso della globalizzazione, come stiamo sperimentando oggi nel "durante virus". 

 

RIFORMARE: l'economia del mondo, nel "dopo", cambierà e ci saranno riforme sostanziali. Quali saranno le riforme possibili e probabili?

La parola "riforma" significa mettere mano al "sistema", alle grandi regole e strutture,siano esse pubbliche o private. Stiamo sperimentando gli egoismi individuali e  delle Nazioni, come le generosità. Non potremo però nel futuro accettare le condizioni di elevato rischio individuale e nazionale che viviamo oggi; qualche esempio: la mancanza delle mascherine per proteggerci dal virus, perchè non c'è produzione locale in Italia;  blocchi e sequestri di mascherine medicali, attuate da nazioni attraversate dal flusso di materiale in export/import. 

C'è la possibilità che l'intero modello di sviluppo economico possa essere soggetto a profonde riforme, perchè la domanda sarà diversa da "ieri". Nessuno sa oggi, però, se e come cambierà! Quale sarà l'evoluzione, il punto di arrivo è davvero imprevedibile: questo significa per tutti una grande opportunità, quella di "costruire" il futuro. Che sia, questo futuro possibile, sostenibile per l'ambiente, per l'ambiente, la società e l'economia!!! Vedi anche questo articolo sull'inquinamento ai tempi del corona virus: https://www.ilpost.it/2020/03/17/coronavirus-inquinamento-emissioni/

 

 

 

 

 

 

 

Cambiare si può. Pensare ed agire per sistemi.

Questo articolo è stato pubblicato nel web LTeconomy: http://www.lteconomy.it/blog/2020/01/25/change-is-possible-how-to-perform-thinking-and-acting-in-a-systemic-way/

L'attuazione di nuovi comportamenti, che possano essere considerati "sostenibili", può significare, spesso, cambiamento: qualcosa che viene cambiato in modo definitivo (sino al prossimo cambiamento!). Nascono alcune domande: è necessario che questo cambiamento sia radicale e totale o può avvenire per passi graduali e successivi? quale "modalità di pensiero" è la più efficace per generare il cambiamento? Possiamo trovare qualcuno che ci aiuti in questo processo di trasformazione? Ci sono ostacoli da superare?

Possiamo affrontare questo tema da diverse prospettive: personale, da imprenditori o da funzionario di una istituzione. La difficoltà e la risposta alla difficoltà hanno un origine chiara: la tua intenzione. Il grado di difficoltà è variabile: sembra più facile cambiare se decidi per te o per un gruppo di persone intorno a te (esempio: la famiglia); è molto più complesso e difficile se ti senti responsabile di una grande organizzazione o istituzione.

Questo tema del cambiamento può essere affrontato con tanti approcci diversi: razionale, empatico, sistemico, scientifico, umanistico, ecc.

Ti dirò quale sia la mia preferenza. Essa include due titoli:

– il pensiero che usi,

– il processo (il percorso) che segui per trovare la soluzione.

Inizio dal "pensiero che usi". La prima cosa da fare è di prendere una decisione , che certamente può essere influenzata dalla tipologia di problema: continuerai a pensare in modo lineare, cioè "causa-effetto" o sceglierai alcune forze in campo? E' meglio scegliere un pensiero sistemico, cercando di includere più fattori, capaci di rappresentare l'intero "quadro"? La mia scelta è SISTEMICA: voglio esplorare lo spazio intorno al problema e identificare le parti, gli attori portatori d'interessi (stakeholder), gli scopi, le interazioni, i paradigmi, perchè, così facendo, genero più idee, sentimenti e prospettive. Questo approccio amplia le mie "viste".

Poi c'è il "processo" (il percorso). Devo rispondere ad una semplice domanda: da dove parto, su che cosa focalizzzo la mia attenzione?

La mia risposta è: il problema. La definizione del problema sarà la mia prima azione. Il problema potrà essere definito attraverso un racconto (story telling), all'inizio, trovando le parti che lo compongono, gli attori chiave, i sentimenti più rilevanti. Il "pensare per sistemi" è la mia scelta, per esplorare l'intero scenario, possibilmente. Si dice che "un problema ben definito è per metà risolto".

Il secondo passo sarà "l'analisi di soluzioni già provate". Voglio usare l'esperienza, imparare dall'esperienza.

Il terzo passo sarà la generazione della visione della "situazione di arrivo, quella "desiderata" per il futuro. Il futuro e la mia intenzione per il futuro sono i due fattori chiave da cui partire. E' bene allargare la percezione e la visione del futuro attraverso il coinvolgimento della comunità cui mi sento di appartenere per lo specifico problema che sto valutando: la comunità sarà coinvolta, altrimenti potrei restare col mio unico compagno, il mio ego, che potrebbe prevalere. Ancora una volta devo pensare in modo allargato, per sistemi.

Il quarto passo è "passare all'azione" e controllarne lo sviluppo. Qui devi far agire la tua flessibilità per valutare lo scopo e devi far agire la tua capacità di "aggiustare" lo stesso scopo, come e quando lo riterrai necessario. 

Se mi hai seguito sinora, è tempo di trarre una breve conclusione. Usa il "pensiero sistemico", coinvolgendo la comunità cui appartieni, con la finalità di raccogliere diverse prospettive sul problema e sul futuro; ciò significa passare da "ego" ad "eco", per evitare viste troppo ristrette e per gestire il rischio. Poi adotta un approccio strutturato per creare il percorso, partendo da una identificazione del problema (problem setting) e includendo le esperienze dei casi di fallimento. Successivamente cerca di portare alla luce la tua spinta interna, il tuo "Sè del futuro", ossia dove vuoi arrivare, ancora una volta beneficiando della comunità di appartenenza, per non essere soli. La scelta di "agire", e di seguire l'evoluzione delle azioni, sarà l'ultimo impegno per cambiare.

La materia del "cambiamento" è piuttosto complessa e ha un esigenza primaria, quella di disporre di diverse prospettive, esperienze epensieri. Hai voglia di aiutarmi?

English version

The performing of new behaviours, to be considered “sustainable”, means, very often, a change: something from current behaviour has to be changed permanently. Some questions arise: is it necessary to make disruptive change in a  very short time ? What kind of thinking is the best? Might we find someone who help us to change? Is there any obstacles to overcome?

We can argue about it from an individual point of view or from an “enterprise”, or from an institutional responsibility. The difficulty and the “answer” have a clear origin: your intention. The degree of difficulty can vary: it seems easier if you decide for yourself and/or for a small group of persons (e.g. a family); it is much more complex and difficult if you feel to be responsible of a large organization or institution.

This topic can be dealt with so many approches: rational, empathic, systemic, scientific, humanistic, ….

I would simply tell you what is my favorite choice. It include two issues: the way of “thinking”, the process to find the “solution”.

Let’s start from “thinking”. The first to do is to make a choice, of course depending on the problem: shall we continue to think in a “linear way: from cause to effect”, choosing some of the driving forces? Or, better, choosing a “systemic thinking” trying to include more factors, able to design a “whole picture” of the problem? My choice is “systemic”: I want to explore the space around and identify parts, stakeholders, scopes, interactions, paradigms if any, because it gives me more ideas, feelings and perspectives. It enlarges my views.

Then there is the “process”. I need to answer to simple questions: what is the starting point, what should I focus first? My answer is: the problem. The setting of the problem should be my first action. The problem shall be defined as a “story telling”, at the beginning, finding the key parts, the key actors, the main feelings. The “systematic” thinking shall be used, exploring the whole scenario, possibly. One says “a problem well stated is a problem half solved”.

The second step is “analyses of solutions already tested”: I want to use the experience, learn from experience.

The third step is the vision of the “desired situation” in the future. The future and my intention are the key factors to start from. It is advisable to enlarge the perception and vision of the future involving the community I belong: it could be involved in the future desirable situation, otherwise my “ego” will prevail. Once again I should think in a systemic way.

The fourth point is “go to action”! and control the development. Here you might find the flexibility to evaluate the goal and the capability to “adjust” it, modifiying the goal itself.

If you have followed me up to now, it’s time to get a conclusion, shortly. Let’s use a systemic approach, possibly engaging the community to which we belong, to get more perspectives; it means a relevant change: “from ego to eco”, to avoid narrow and risky views. Then adopt a structured approach starting from a wide and effective “problem setting”, including past experience of failed solutions. And last but not least, be inspired and visionnaire to shape a “desidered situation”, one again engaging your community, you are not alone. The “go to action”, with its controls and adjustings, will be your last effort to change, possibly.

The whole matter is rather complex and needs some perspectives, experiences and thinking. Will you help ?

 

 

Face

Società ipertecnologica? Servono ibridi, non tecnici.

Il titolo è ispirato da un articolo di Piero Dominici, docente di comunicazione e intelligence all'Università di Perugia. Puoi leggere qui il suo articolo: http://www.vita.it/it/article/2018/02/16/la-societa-ipertecnologica-non-ha-bisogno-di-tecnici-ma-di-ibridi/145990/.

Il tema mi appassiona perchè la sfida che vedo oggi è quella di noi "umani" che dobbiamo includere ed integrare la tecnologia e NON farci guidare dalla tecnica e dalla tecnologia. Le persone dovrebbero essere formate ed educate alla "complessità" che è il sapere che ci permette di "vedere" le relazioni e gli effetti della interazione tra saperi, tra persone, tra persone e tecnologie. Edgar Morin dice che la prima riforma da attuare nel mondo attuale è quella delle menti perchè il nostro "pensare" è ancora lineare (ad una causa segue un effetto diretto), mentre è dalla conoscenza e consapevolezza del funzionamento dell'intero sistema che possiamo intuire, capire, misurare gli effetti. 

Quando progetto formati per un evento o per un percorso formativo mi faccio sempre una domanda: da dove comincio? E sempre mi dò una risposta: segui la tua intuizione ma fai sempre una esplorazione "circolare" di tutti i fattori che costituiscono il sistema. Infatti la comprensione di ciò che è utile fare deriva dalla capacità di vedere ogni singolo elemento nella sua correlazione con gli altri, altrimenti ci sfuggono gli "anelli di connessione" (negativi che stabilizzano e positivi che amplificano). Il comportamento di un sistema è sempre "controintuitivo" proprio per le connessioni (anelli negativi e positivi). Questo è uno dei principi di complessità per cui è importante imparare la "iteratività" del pensiero: ogni volta che esamino una relazione sono nelle condizioni di capire qualcosa in più e quindi di modificare la rappresentazione del sistema stesso. Detto in altre parole: costruisco sempre la mappa del territorio, perchè il territorio è complesso e la rappresentazione, la mappa, cerca di catturarne i fattori e le relazioni essenziali che mi permettano di capire il territorio stesso. 

Donella Meadows, co-autrice del memorabile libro "i limiti dello sviluppo" (1974, Jay Forrester, MIT) ha scritto un articolo di grande valore intitolato "le 12 leve" per spiegare quali siano i fattori del sistema che posso variare per produrre grandi effetti. Leggendo l'articolo possiamo capire che i fattori più influenti sono il paradigma del sistema, l'obiettivo primario del sistema, gli anelli di connessione (positivi e negativi), mentre spesso puntiamo la nostra attenzione sugli indicatori di funzionamento del sistema. Se penso ad un lago e ne voglio preservare la qualità dell'acqua non dovrò preoccuparmi tanto della sua acidità o del suo livello ma piuttosto dell'uso sociale che ne voglio fare, delle regole che stabilisco per la sua sostenibilità ambientale, dei suoi emissari che portano acqua e che ne variano la composizione.

Piero Dominici scrive con chiarezza che il sistema educativo attuale è impreparato a gestire la complessità e che i principi su cui dovremmo riscrivere i processi educativi dovrebbero includere: "immaginazione e razionalità, creatività e rigore metodologico, inclusione e iteratività dei processi mentali, integrazione tra emozionalità e pensiero cognitivo".

Voglio ricordare un pensiero di Karl Popper che nella sua visione del mondo parte sempre dal concreto, cioè dalla descrizione del problema, si applica per generare soluzioni, le verifica e solo allora formula la "teoria" cioè il tentativo di rappresentazione della realtà, per trovare inevitabilmente altri problemi, da cui far ripartire il circuito del pensiero appena descritto. Questo approccio è molto stimolante perchè ci fa entrare nel mondo della complessità e dell'instancabile ricerca di una rappresentazione sempre più vicina alla realtà ma che non riesce mai a raggiungerla totalmente. 

Donella Meadows, le 12 leve

Karl Popper, principio di falsificabilità

 

 

ROBOT: le sfide nei prossimi 10 anni

Alphabet, ossia Google, è proprietaria di Boston Dynamics che mostra in questo video che cosa sia capace di fare il suo robot "HANDLE": si muove a 9 km/ora, salta 1,5 metri in altezza, ha un'autonomia di una trentina di chilometri prima di ricaricare le batterie, scende le scale, si muove su terreno in terra ed erba, solleva carichi sino a 50 kg. 

I robots sono al centro dell'attenzione dell'economia e presto dela politica; Bill Gates propone di tassarli e di finanziare un "reddito di cittadinanza" o similare per contrastare ed equilibrare la perdita di posti di lavoro. 

Che cosa possiamo aspettarci? La mia personale opinione è che stiamo entrando in una finestra temporale di 10 anni durante la quale si porranno e si affronteranno questi cinque problemi, ma anche si otterranno grandi benefici:

  1. OCCUPAZIONE: aumento esponenziale di robots, fissi e mobili, nel manifatturiero con una riduzione dei fabbisogni di operai ed impiegati: crisi occupazionale internazionale, specie nel mondo occidentale industrializzato; riduzione dei fabbisogni di manopera a due cifre; 
  2. SPECIALIZZAZIONE: specializzazione industriale del settore "robot": apertura di mercati verticali per la salute, per la persona, per il turismo: sicurezza, servizi per anziani, servizi informativi e così via; 
  3. DRIVERLESS: appariranno i primi mercati specializzati per auto senza guidatore e un'automazione dei servizi forniti dall'auto tale da richiedere una rivisitazione radicale di componenti fondamentali dell'economia: responsabilità in caso di malfunzionamento e di incidenti stradali, innovazione tecnologica radicale delle comunicazioni tra veicoli e tra "umani" nelle aree urbanizzate e/o ad  alta intensità di mobilità; 
  4. REGOLAMENTAZIONE: riconoscimento, attraverso leggi, dello status del robot, includendovi la definizione e la condivisione di una "carta" delle responsabilità e una "carta" della sicurezza perchè l'intelligenza artificiale dei robot sarà sempre più interconnessa con l'intelligenza umana e le regoli sociali, sinora riguardanti solo gli esseri senzienti; 
  5. CYBER SECURITY: anche per i robot varrà l'Internet delle cose (IoT) e il controllo, manutenzione, guida saranno realizzati attraverso la rete; si pone dunque il problema della sicurezza per evitare che il controllo venga preso da persone/organizzazioni malevole.

Vedi anche questo video clip:

e questo articolo in rete.

MIT facilita la creazione del futuro: U Lab “leading from the emerging future”

MIT, IL MASSACHUSSET INSTITUTE OF TECHNOLOGY, di Boston ha lanciato nel 2015 un programma per formare milioni di persone che vogliano raggiungere il proprio profondo e nascosto "sè", trovarvi il proprio futuro e realizzarlo! Sintetizzare un inaspettato e grandioso programma di potenziamento individuale per migliorare la società e darci una speranza di sopravvivenza e sviluppo è impresa "impossibile" ! ci proverò lo stesso perchè questo percorso può cambaire la vostra vita. Sto frequentando questo corso ormai da quattro settimane (è iniziato il giorno 8 settembre) e sento già molti benefici che riguardano le mie capacità di ascolto, di empatia e di generazione di idee in ambienti collaborativi, come le sessioni di coaching che sono programmate nel corso. 

Lo schema che ci spiega il percorso ha la forma di U:

Andiamo per ordine e cominciamo con questo videoclip in cui Otto Scharmer, il leader, facilitatore e designer del corso,  ci illustra i perchè e il percorso.

Ora possiamo esaminare il grafico ad U. La parte a sinistra di questo modello ad U ci guida nella trasformazione dell'ascolto e della relazione con gli altri, con lo scopo di farci arrivare al nostro "sè" (self), che è profondo e nascosto in un punto cieco (blind spot).

Qui scopriremo che ci sono almeno due "sè": il primo è quello che usiamo, spesso in modo automatico, e che contiene le nostre convinzioni, i nostri comportamenti automatici, spontanei. Da questo "sè" noi scarichiamo (downloading) la nostra quotidianità, che spesso contiene pre-giudizi ed un ego smisurato. Poi c'è un "Sè" (per distinguerlo ho usato la iniziale maiuscola) che è diverso, che contiene sensazioni, informazioni, immagini che delineano i possibili nostri futuri, è il Sè del futuro, inespresso, che vorrebbe emergere e realizzarsi ma che trova molti ostacoli, soprattutto interni. 

Ecco, il percorso U ci guida verso questo Sè del futuro, come se questi fosse una grandiosa energia imprigionata che aspetta di essere liberata! SE ci arriviamo, e U LAB ci aiuta in questo, allora parte la seconda parte del metodo U, quello d'AZIONE, o meglio dell'ACTION LEARNING, perchè non possiamo subito realizzare tutto quanto il Sè del futuro vorrebbe: dobbiamo imparare. Come? Il metodo U ce lo propone: ci propone di cristallizzare la INTENZIONE, cioè la nostra volontà e di sperimentare attraverso un PROTOTIPO, per passare poi all'azione vera e propria, alla "performance". 

Il percorso è fatto di attività individuali, come la visione di videoclip e la lettura, e di azioni di gruppo, in presenza o miste da remote, come i CIRCOLI di COACHING, dove 6 persone – numero massimo- si incontrano tutte le settimane per 6 settimane con lo scopo di affinare e aumentare le proprie capacità di ascolto e di aiuto, ma con una modalità rispettosa dell'altro.

Fantastica esperienza. 

17 global goals per salvare la Terra: ognuno si può impegnare

Il 25 settembre 2015 l'ONU ha lanciato un programma "the global goals" per attivare tutta l'Umanità su 17 obiettivi per la salvezza del Pianeta Terra. Lo sapevate che…

Ognuno di noi è chiamato a fare un'azione positiva. Come ? "tell everyone…." guardate questa immagine:

Andate QUI e cliccate su una qualsiasi delle 17 icone per leggere i dati più rilevanti e leggere una storia che potete diffondere.

Bologna chiama Tokyo

Ho visitato MAST, il complesso architettonico che ospita l'iniziativa dell'imprenditrice bolognese  Isabella Seragnoli, dove puoi esplorare e sperimentare la scienza, in particolare la meccanica; dove puoi seguire l'evoluzione del lavoro in una mostra fotografica storica da fine '800 ai giorni nostri; e fare tante altre attività.

Isabella Seragnoli

Oggi sono andato, grazie ad un blogger, Geovanny Romero, al Museo Miraikan di Tokyo ed è scattata la connessione "Bologna chiama Tokyio" perchè questi due mondi, il MAST ed il Museo Miraikan, vogliono dire al mondo qualcosa che li accomuna e che potrebbe anche farli interagire ed integrare: comunicano la bellezza e la forza della Scienza e dell'Industria perchè tutti ne siano consapevoli e tutti ne possano sfruttare la potenza per migliorare la qualità della vita ed assicurare la sopravvivenza sulla Terra.

Breve visita al Museo Miraikan

MAST è molto di più di un complesso architettonico per fare attività: è un'iniziativa che crea una connessione concreta con il territorio circostante, Bologna, per esempio offrendo un asilo nido ai dipendenti dell'azienda, la COESIA, e al quartiere; che crea uno spazio di apprendimento strutturato per i dipendenti dell'azienda; che offre uno spazio culturale per eventi attraverso un auditorium di 400 posti a sedere. E' una bella sorpresa vedere che una donna imprenditrice italiana si prende cura, con una visione di lungo termine, aperta e costruttiva, dello sviluppo delle persone e del territorio in cui la sua fabbrica produce. La sua azienda è leader mondiale nel settore degli impianti per il packaging e fattura circa 1,5 miliardi di euro, quasi tutto verso l'estero!

Un architetto ogni 414 abitanti: enorme opportunità di internazionalizzare ed innovare

L’Italia è il Paese delle esagerazioni e quindi dalle risorse esagerate. L’Italia rivela ogni giorno dati e fenomeni che generano meraviglia, sono inaspettati, sono fuori standard! e generano opportunità, se solo volessimo “cambiare gioco” o meglio…”cambiare giocatori”. 

Il fenomeno della crescita esagerata degli architetti e ingegneri liberi professionisti è davvero straordinaria: oggi superano i 170.000. In totale, includendo gli occupati nell’industria e nella PA, vi sono circa 400.000 ingegneri e architetti. Un benchmark fatto nel 2010 per United Kingdom, fatto dal social network InArCommunity,  aveva rivelato che l’equivalente numero di liberi professionisti era, in UK, 55.000, un terzo rispetto all’Italia di quell’anno.

Un grafico che qui riportiamo mette a confronto molti Paesi, per gli architetti, e rivela che:

·      Paesi con cui competiamo sono a livelli ben diversi, cioè con “pochi” architetti:  UK: un architetto ogni 1.809 abitanti; Germania: 806; Francia: 2.187; guarda anche qui la fonte Monditalia: http://www.archdaily.com/tag/monditalia/

·      Paesi in forte sviluppo: Brasile: 2.560; Cina: 40.000

Come possiamo interpretare questi dati? Analizziamoli da due punti di vista.

Redditualità. La prima considerazione è che ricavi e redditi pro-capita italiani sono tra i più bassi e che spesso la concorrenza è spietata, violando anche le regole e i codici deontologici della professione.

Opportunità. Un altro punto di vista è più sistemico e dice che lo “stock” di competenze e la possibilità di generare business addizionale è altissima, se… si “cambiasse il gioco” e se si cambiassero i giocatori.

Per capire che cosa voglia dire ci facciamo aiutare da un social network di architetti e  ingegneri liberi professionisti, InArCommunity, nato nel 2009, che oggi conta 7.500 iscritti e una storia di attività, progetti, iniziative molto ricca. In una recente survey sulla internazionalizzazione hanno risposto in 1.041 su 7.500 ed hanno dichiarato una forte determinazione di impegnarsi in un “cambiamento del gioco”: fantastico ! E lo stanno avviando con un primo progetto focalizzato sul Brasile e un secondo fondato sull’associazione in rete. 

Allora c’è la possibilità di utilizzare al meglio l’enorme capacità professionale, che è caratterizzata da un plus unico al mondo: il “Made in Italy”!

Ecco, questa seconda vista dell’extra stock di competenze mi piace. Speranza o razionale volontà di sviluppo? Opto per la volontà. Ce la possiamo fare, se abbracciamo con passione la strada dell’internazionalizzazione: il patrimonio per investire ce l’abbiamo!

Formazione continua, cambia il gioco per cambiare i giocatori

La formazione continua sta entrando nel sistema Italia. I liberi professionisti architetti ed ingegneri hanno raggiunto il gruppo quest'anno, e sono oltre 170.000. Siamo, come Paese, in ritardo rispetto ad altri europei come la Danimarca dove già dal 2012 ben il 31,6% delle aziende era attivo nella formazione continua, rispetto al 6,6% dell'Italia. Ci sono anche segnali contraddittori come la "distrazione" di centinaia di milioni di € dai Fondi Interprofessionali per la Formazione verso la cassa integrazione in deroga. La sfida è la capacità di imparare nuove competenze perchè le professioni cambiano a gran velocità e la trasversalità delle conoscenza è talmente alta da costituire un vantaggio ma anche una "concorrenza" da parte di outsider, provenienti da altri percorsi professionali.

Il gioco sta cambiando e il manifesto per la formazione continua dell'AIDP (associazione italiana per la direzione del Personale) spiega molto bene i principi su cui il nuovo gioco si fonda nei paesi occidentali. Sono otto principi che qui elenco, ma potete esaminarli leggendo il manifesto:

  1. LA FORMAZIONE E' UN DIRITTO
  2. LA FORMAZIONE E' IL FITNESS PER LA MENTE
  3. LA FORMAZIONE E' ABILITANTE
  4. LA FORMAZIONE RESPONSABILIZZA
  5. LA FORMAZIONE CREA IL TEAM
  6. LA FORMAZIONE E' ATTRAENTE
  7. LA FORMAZIONE PORTA RISULTATI
  8. LA FORMAZIONE CREA CULTURA PER IL TERRITORIO

A questo punto mi sento di aggiungere la mia proposta !

     9. GLI ADULTI IMPARANO ATTRAVERSO l'ESPERIENZAPer consolidare le proprie capacità è necessario RIFLETTERE e CONDIVIDERE la propria esperienza e quindi l'esperienza va raccontata. Chi racconta impara, chi ascolta è stimolato ad accogliere quanto lo colpisce, è stimolato a migliorare i propri comportamenti durante l'AZIONE. Ecco un buon motivo per condividere sempre più con gli altri la propria esperienza.

Troverete nuove parole che sottendono nuove possibilità, come "resilenza", definita come "struttura mentale resiliente, cioè in grado di adattarsi alle continue solecitazioni del mercato"; e come "smart learning" che evoca le nuove applicazioni per apprendere in mobilità attraverso i propri tablet e smart phone, oppure apprendere dai pari in modalità "peer to peer". 

E i nuovi attori chi sono? Siamo sempre noi ! che possiamo trasformarci, cioè acquisire nuove competenze, nuovi orientamenti mentali che ci abilitino a produrre idee e a generare attività facendo percorsi diversi. La sfida è la padronanza di sè per esplorare e generare nuovi mondi!